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A Chi Interessa: un podcast d’inchiesta sulla morte del capitano Natale De Grazia

Intervista a Maria Vittoria Sparano, autrice e voce del podcast premiato con il POD24 del Sole 24 Ore come miglior podcast indipendente di reportage e inchiesta.

di Lorenzo Roberto Quaglia

Laureata con lode in Filologia classica all’Università di Bologna, con un master in Editoria e uno in Storytelling e digital marketing per l’arte e la cultura, Maria Vittoria Sparano è arrivata al podcast da ascoltatrice ed è oggi una delle voci di Bar Lume. Con A Chi Interessa, inchiesta narrativa sulla morte del capitano di corvetta Natale De Grazia e sulle cosiddette «navi a perdere», ha vinto il premio POD24 del Sole 24 Ore al Festival del Podcasting di Milano. Questa conversazione è tratta dalla puntata di Inaudita Librorum dedicata a lei.

Partiamo dal riconoscimento: A Chi Interessa ha vinto il POD24 del Sole 24 Ore come miglior podcast indipendente di reportage e inchiesta. Che cosa ha significato per te?

È un premio importantissimo, prestigioso e per me del tutto inatteso. Ero commossa, emozionatissima. È il più grande riconoscimento di tutto il lavoro fatto per A Chi Interessa, per restituire una storia complessa e ancora piena di zone d’ombra.

Come sei arrivata a fare podcast?

Ho iniziato come ascoltatrice, subito dopo la fine del secondo lockdown, e ancora oggi ascolto moltissimi podcast di generi diversi. All’epoca il panorama italiano era caratterizzato dalla presenza di tanti podcaster indipendenti, persone comuni, come me, e così ho pensato che potevo anche io imparare a fare podcast. Ho comprato un paio di libri e mi sono messa a studiare.

Poi è arrivato Bar Lume: che ruolo ha avuto?

Bar Lume è un collettivo indipendente, nato durante il lockdown tra ragazzi che si erano conosciuti all’università. Racconta fatti di criminalità, terrorismo e legalità che non trovano spazio nel mainstream, con una puntata a settimana quasi tutto l’anno. Cercavano una nuova voce: ho fatto un colloquio e sono entrata, ormai ne faccio parte da tre anni. Con loro ho dovuto mettere in pratica quello che avevo solo letto fino a quel momento, costruendo ogni puntata da zero: scrittura, registrazione, montaggio, scelta del sonoro.

Ti è bastato?

No. Quello che sapevo l’avevo imparato da sola e sentivo il bisogno di un professionista che mi spiegasse come fare certe cose: credo molto nella figura dell’insegnante. Mi sono iscritta al corso di Giada Pari, che è poi diventata la producer di A Chi Interessa.

Come sei arrivata alla vicenda di Natale De Grazia?

Cercavo un argomento per Bar Lume e mi sono imbattuta per caso in questa storia, che non conoscevo e che non sono riuscita più a lasciare. Ogni giorno cercavo di leggere qualcosa in più per capire che cosa fosse successo, e ne sono rimasta catturata. A un certo punto ho capito che andava restituita alla comunità. La storia aveva occupato dentro di me uno spazio enorme e avevo bisogno di tirarla fuori. All’epoca dei fatti la stampa se ne era occupata molto, poi c’era stato un appannamento e infine l’oblio. Non lo trovavo giusto. Volevo che fosse una storia per tutti, per chi non ne aveva mai sentito nulla e anche per chi la ricordava.

La ricerca e le fonti

Da dove sei partita per la ricerca?

Da Google, come tutti. Ma Google restituisce un mare magnum indistinto, e la domanda diventa: quanto è attendibile quello che trovo? Il mio criterio di lavoro è sempre stato fondato sull’importanza della fonte: usare solo fonti autorevoli. Dopo Google, sono passata ai libri sull’argomento. E poi alle persone, primo fra tutti Andrea Carnì, ricercatore dell’Università Statale di Milano, l’unico accademico in Italia che si è occupato di questa vicenda: i suoi libri mi hanno aiutata molto a orientarmi tra le fonti.

Poi sono arrivata ai documenti. Non volevo informazioni di seconda mano, quindi ho escluso gli articoli di giornale (non me ne vogliano i giornalisti, io non lo sono). Si tratta di documenti d’archivio: documenti ufficiali e pubblici, consultabili da qualunque cittadino negli archivi online della Camera.

Come hai organizzato tutto quel materiale?

Ho stampato i documenti datati e li ho disposti in ordine cronologico, per terra, perché non avevo una scrivania abbastanza grande. La vicenda si svolge in pochi mesi, ma la cronologia è fondamentale: leggendo informative e relazioni ho ricostruito i fatti giorno per giorno, per quanto i documenti accessibili lo permettono. Non dimentichiamo che non tutto è stato desecretato.

Nel podcast ci sono molte voci. Come le hai scelte?

Ho intervistato chi, a vario titolo, si è occupato della vicenda: i colleghi che hanno vissuto quei giorni accanto al Capitano De Grazia; chi si è impegnato per chiedere verità e giustizia, come alcuni rappresentanti di Legambiente, l’associazione che più di tutte si è mossa su questo caso; e Andrea Carnì, perché ho grande rispetto per il metodo scientifico della ricerca storica. Mi sono resa conto che è una storia fatta di tante voci, ciascuna con il proprio punto di vista. Volevo che queste tante voci fossero presenti, anche quelle in contraddizione tra loro, perché è proprio da lì che emergono le contraddizioni della vicenda.

Il racconto e il suono

Come avete costruito la struttura delle puntate?

L’abbiamo costruita io e Giada Pari, con post-it e carte Fabula, lavorando prima sull’andamento dell’intera storia e poi su ogni episodio. Poi ci sono i trucchi del mestiere come le chiusure ad effetto con il cosiddetto cliffhanger, che spingono a passare alla puntata successiva. La struttura narrativa di base però era obbligata: doveva essere cronologica, perché la vicenda è così complessa che si poteva rendere solo seguendo con precisione il filo degli eventi. Su quel filo abbiamo innestato le microstorie che ne fanno parte. Nuccio Barillà chiama questa storia «storia di storie», ed è davvero così. Il risultato sono sette episodi, con l’ultimo diviso in due parti, più uno speciale: 9 episodi in totale.

Hai scritto pensando a chi ascolta e non a chi legge?

Sì. Un testo pensato per l’ascolto richiede molti accorgimenti sul ritmo e sulle pause: bisogna, per esempio, immaginare l’intonazione e i punti della storia su cui attirare l’attenzione di chi ascolta. Questo lavoro si fa prima di andare al microfono. Come riferimento ho usato un libricino di circa cinquanta pagine, scritto negli anni Cinquanta, quando il podcast non esisteva ma la radio sì: le Norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda. Lo consiglio: è istruttivo e anche divertente.

Le musiche sono originali. È stata una scelta precisa?

Precisissima. Volevo musiche originali composte da musicisti in carne e ossa, che sono Federica Perre, Francesco Montebello e Rodolfo Capoderosa. Giada Pari le ha poi integrate nel sound design. Eravamo d’accordo fin dall’inizio che il suono dovesse essere un elemento narrativo e non un semplice ornamento: ascoltato senza quella musica, o con un’altra, il podcast non avrebbe lo stesso significato, perché perderebbe la parte di senso che porta quel suono preciso in quel momento preciso.

Hai fatto raccontare fatti dolorosi, a distanza di molti anni. Com’è stato?

Ogni intervista è stata intensa, ogni volta per un motivo diverso. Mi sono preparata moltissimo, cercando anche di immaginare che cosa avrebbe potuto dirmi l’intervistato. La preparazione è la parte più bella: studio, ricerca, approfondimento. Condurre l’intervista è impegnativo e richiede molta capacità di controllo, perché spesso l’interlocutore prende una strada tutta sua o perde il filo, e bisogna riportarlo sul tema. Poi c’è la fase che chiamo del «metabolizzare»: quando si spegne il microfono e si ripensa a ciò che si è ascoltato. Per me è stata la più dura. Ho dovuto confrontarmi con cose inattese e con verità che magari non condividevo, ma che dovevo rispettare, perché erano la verità di quella persona ed ero stata io a chiederla.

Hai mai avuto l’impressione che qualcuno ti raccontasse una mezza verità?

Mi sono fatta la mia idea, su ciascuno.

L’impegno civile

Che cosa speri che resti a chi ascolta il podcast?

Spero che restino dei punti di domanda e la voglia di cercare una risposta, anche se non è detto che arrivi. Anche solo farsi una domanda è importante. Se il podcast ne stimola una, mi ritengo soddisfatta; e se riesce a far cambiare postura a qualcuno, anche solo con un piccolo movimento, ancora di più.

Perché hai deciso di realizzarlo?

Perché credo nell’impegno civile. Credo che ciascuno di noi, da cittadino libero, possa fare la differenza con un’azione grande o piccola, secondo le proprie possibilità. Tante volte ci si rassegna e si pensa che fare non abbia valore né effetto: io a questo modo di vedere le cose non voglio credere. Questo podcast è stata la mia azione d’impegno civile, è un progetto indipendente: ha comportato molte spese e non ha alle spalle nessuna casa di produzione.

Per sostenerlo hai lanciato un crowdfunding.

Una premessa: realizzare un crowdfunding è un lavoro. Non basta mettere un progetto su una piattaforma e lasciarlo lì: va pensato, strutturato e pianificato. Ma è stata una fase bellissima. Se io sono animata da questo bisogno di impegno civile, ho pensato, lo saranno anche tante altre persone che non conosco, e la rete permette di incontrarsi. A Chi Interessa è un podcast per le persone, e mi piaceva che fossero le persone a sentirsi parte del progetto, in modo concreto, non solo ideale. La campagna è andata a buon fine, è stata una vittoria. Hanno aderito in tantissimi, e molti mi hanno scritto anche dopo l’uscita. È stato emozionante sentirsi parte di una rete di persone legate dallo stesso sentire.

Ci sono novità sulla vicenda De Grazia?

Ufficialmente sappiamo che dalla scorsa primavera l’attuale Commissione Parlamentare sul ciclo dei rifiuti ha riaperto un filone d’indagine. Finora non mi risultano aggiornamenti. Restiamo in attesa dei lavori della Commissione.

Hai già una nuova storia in cantiere?

Al momento non sto lavorando a niente. Ho un paio di idee, ma a questo punto aspettiamo le case di produzione.

Un pensiero per chi vuole iniziare?

Se abbiamo l’urgenza di raccontare qualcosa, se ci spinge una motivazione forte, perché non condividerla con gli altri? Credo che oggi il podcast sia forse lo strumento più forte e più potente per raccontare storie.

Da ascoltare

A Chi Interessa: inchiesta narrativa sulla morte del capitano Natale De Grazia e sulle «navi a perdere». Premio POD24 – Il Sole 24 Ore.

Bar Lume: la mafia raccontata come al bancone di un bar, oltre 180 puntate.

Inaudita Librorum: la puntata completa con Maria Vittoria Sparano.

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