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Se lo guardo, è ancora un podcast?

Un microfono, una voce, nessuna pretesa sui tuoi occhi: per anni il podcast è stato questo. Poi sono arrivate le telecamere. Ma se lo guardo, è ancora un podcast?

di Lorenzo Roberto Quaglia

Sono nato come podcaster tradizionale. Tradizionale nel senso più semplice del termine: un microfono, una voce, qualcosa da raccontare e qualcuno disposto ad ascoltare.

Da sempre il podcast, almeno per me, è stato questo. Un contenuto che non chiedeva di essere guardato. Anzi, proprio qui stava una parte importante del suo fascino.

Potevi ascoltarlo camminando, guidando, cucinando, facendo sport. Potevi infilare le cuffie e lasciare che una voce ti accompagnasse mentre continuavi a fare altro. Il podcast non pretendeva i tuoi occhi. Gli bastavano le tue orecchie e, possibilmente, un po’ della tua attenzione.

Poi sono arrivate le telecamere.

Sempre più spesso oggi i podcast vengono registrati anche in video. Studi illuminati come set televisivi, più telecamere, primi piani, montaggio, grafiche. Conduttori e ospiti non parlano più soltanto davanti a un microfono: parlano davanti a un pubblico che può anche guardarli.

Se lo guardo, è ancora un podcast?

La risposta più immediata sarebbe sì. I mezzi evolvono, le piattaforme si trasformano, e sarebbe ingenuo pensare che il podcast debba restare identico alle sue origini.

Eppure, qualche dubbio rimane. Non perché il video rappresenti una contaminazione da cui difendersi – i media si sono sempre contaminati tra loro. La radio ha imparato dalla televisione, la televisione dal cinema, il web da tutti gli altri.

Il punto è un altro: cosa succede alla forma di un podcast quando entra in scena l’immagine?

Prendiamo una conversazione registrata soltanto in audio. Se uno degli interlocutori prende in mano una fotografia, deve descriverla. Se indica qualcosa, deve spiegare cosa sta indicando. Se reagisce con un’espressione del volto, deve trovare il modo di trasformare quella reazione in parole. La voce è costretta a farsi carico del racconto.

In un video tutto questo diventa superfluo.

«Guardate questa fotografia.» «Come vedete sullo schermo.» «Guardate l’espressione che ha fatto.»

Frasi naturali in un contenuto audiovisivo. Molto meno in un podcast ascoltato in automobile.

Ed è qui, credo, che passa un confine interessante. Il problema non è che un podcast abbia anche delle immagini. Il problema nasce quando non può più farne a meno.

Il test delle cuffie

Per capirlo basta un esperimento semplice. Chiamiamolo il test delle cuffie.

Prendiamo un video podcast e spegniamo lo schermo. Continuiamo ad ascoltare. Riusciamo ancora a seguire tutto? Comprendiamo ciò che sta accadendo, le battute funzionano, i riferimenti restano chiari?

Se sì, probabilmente siamo davanti a un podcast a cui è stata aggiunta una componente video. Se invece perdiamo informazioni essenziali, se abbiamo continuamente bisogno di vedere ciò che gli autori stanno mostrando, se una parte consistente del senso passa attraverso immagini, gesti, scritte e inquadrature, allora siamo entrati in un territorio diverso.

Non necessariamente peggiore. Solo diverso. Ed è una distinzione che vale la pena fare, perché il video offre vantaggi evidenti.

Mostrare il volto di un ospite crea riconoscibilità immediata. Vedere una reazione può aggiungere senso a una conversazione. Una registrazione video permette di ricavare clip da distribuire sui social e intercetta un pubblico abituato a consumare contenuti attraverso lo schermo. Dal punto di vista della diffusione, è difficile ignorarne il peso.

La grammatica del podcast

Il vero nodo, semmai, è capire quanto siamo disposti a modificare la grammatica del podcast per renderlo più visibile.

Visibile: parola curiosa. Per anni il podcast ha costruito parte della propria identità proprio sulla possibilità di non esserlo. La radio lo aveva insegnato molto prima: ciò che non vediamo siamo costretti a immaginarlo. Una voce può raccontare una stanza senza mostrarcela, farci immaginare un volto mai visto, evocare un paesaggio, una situazione, una persona.

L’immagine risolve. La voce suggerisce. Non significa che uno dei due sia superiore all’altro – significa che producono esperienze differenti.

Forse è anche per questo che continuo a sentirmi più vicino al podcast esclusivamente audio. Non per nostalgia, e nemmeno perché pensi che mettere una telecamera davanti a due microfoni sia sbagliato. È una questione di forma.

Quando preparo un episodio so che devo raccontare tutto attraverso il suono. Devo scegliere le parole pensando a chi non può vedere, immaginare qualcuno che ascolta senza uno schermo davanti. È un limite. Ma i limiti, nella narrazione, non sono per forza un difetto: spesso sono ciò che obbliga a trovare una forma.

Un romanzo non può usare una colonna sonora. Una fotografia non può raccontare cosa accade cinque minuti dopo lo scatto. Una trasmissione radiofonica non può mostrare un primo piano. Ogni mezzo rinuncia a qualcosa, ed è proprio attraverso quella rinuncia che costruisce il proprio linguaggio.

Il rischio, quando un medium prova a incorporare tutte le possibilità degli altri, è perdere lentamente ciò che lo rendeva riconoscibile.

Continueremo comunque a chiamare podcast prodotti molto diversi tra loro: documentari sonori, conversazioni in studio, programmi video, interviste, dirette. Le definizioni cambiano insieme alle abitudini.

Ma un principio, forse, vale la pena conservarlo. Un podcast può anche essere visto. Ma dovrebbe continuare a poter essere ascoltato – e a reggere, cuffie incluse, anche a schermo spento.

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