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Quando i media costruiscono comunità

Jenkins, il podcasting e la società partecipativa

di Federica Sbrana

Paradigmi della comunicazione che resistono al tempo

Ci sono libri che non passano, capaci di resistere anche ai ritmi vorticosi della contemporaneità e dell’evoluzione tecnologica: vere e proprie pietre miliari poste a presidio delle tortuose strade della conoscenza. La loro forza di tenuta si misura naturalmente sul campo, oltre che nell’empireo del canone letterario, perché al di là dei criteri ufficiali di selezione e trasmissione, il punto è molto semplice e consiste nel capire se quei testi hanno ancora qualcosa da dire, rispetto a contesti storici e culturali in continuo sviluppo. In generale la verifica è legata al fatto che siano in grado di proporre chiavi interpretative efficaci, talmente convincenti da contenere in sé anche i cambiamenti ancora da verificarsi, i quali – è sicuro – non sposteranno più di tanto il livello delle acquisizioni e la validità delle analisi. Nella filosofia della scienza è stato Thomas Samuel Kuhn a rendere sempre più influente il concetto di “paradigma”: un insieme di teorie, pratiche, valori e metodi condivisi da una comunità, in un determinato periodo. E non c’è dubbio sul fatto che, in tema di comunicazione e società, quello emergente dal celebre saggio di Henry Jenkins, Culture partecipative e competenze digitali, rappresenti, appunto, un prezioso e insostituibile paradigma da applicare agli scenari attuali.

L’emergere della società connessa

Oggi Henry Jenkins, sociologo, saggista e professore universitario nato ad Atlanta nel 1958, insegna presso l’University of Southern California, ma negli anni in cui pubblicò quel testo – era il 2009 – poco dopo l’altro suo saggio capitale, Cultura convergente (Convergence culture) del 2006, lavorava al MIT, uno dei principali Centri internazionali per la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica. Si trattava del periodo in cui molti nuovi fenomeni mediali erano appena esplosi e stavano coinvolgendo masse di utenti alle prese, di piattaforma in piattaforma, con un autentico nomadismo digitale.

Lungo il cammino, molti i compagni di strada pronti a seguirli: follower e fan prodighi di like e disposti alla condivisione. Non si tratta di meri elementi di contesto. La logica del pitch a tent nel profilo di un amico, naturalmente in senso virtuale, spiega perfettamente il mood di quel momento, anche negli studi accademici: un fiorire entusiastico di comunitarismo basato su nuovi spazi di “socialità connessa” nei quali le piattaforme venivano lette come infrastrutture capaci di favorire pratiche di collaborazione e nuove forme di interazione sociale. I saggi di Jenkins erano visibilmente percorsi da tale ottimismo palingenetico ed ebbero il merito di “sistematizzare” scientificamente il nuovo ordine mediale, proprio nel momento in cui esso stava palesando, con spettacolare pirotecnia, tutte le sue attrazioni.

Spazi di affinità e ambienti di apprendimento

Se secondo Hegel la lettura del giornale aveva rappresentato la “preghiera laica” del mattino dell’uomo moderno, la connessione social connotava inequivocabilmente l’homo contemporaneus, pronto ad incontrare i suoi simili in quelli che James Gee aveva chiamato, con efficacia, “spazi di affinità”. C’è di più: le nuove culture partecipative rappresentavano (e rappresentano), secondo Gee e Jenkins, gli ambienti di apprendimento ideali, perché sostenute da sforzi comuni capaci di superare ogni differenza e anche per il fatto che, nel loro contesto, è possibile offrire il proprio contributo in vari modi, permettendo a ciascuno di sentirsi un “esperto” e sfruttando al tempo stesso l’esperienza altrui in una virtuosa e feconda condivisione. In quegli anni, non solo Facebook, ma anche il podcasting stava muovendo i suoi primi passi, ma è davvero impressionante notare come il paradigma emergente dai due saggi di Jenkins potesse applicarsi “epistemologicamente” al nuovo medium, terreno d’elezione di culture condivise e convergenti. Per non parlare delle applicazioni didattiche che, nel tempo, ne avrebbero sfruttato sempre più convintamente le straordinarie potenzialità.

Culture partecipative e convergenza mediale: la grammatica sociale del podcasting

Ma che cos’è, secondo Jenkins, una “cultura convergente e partecipativa”? Nel rispondere, naturalmente con le sue parole, è utile e, al tempo stesso, emozionante fare un semplice esperimento semantico: verificare, contestualmente alla lettura, la perfetta rispondenza e consonanza delle due definizioni rispetto alla struttura identitaria del podcasting.

«Per convergenza – scriveva Jenkins in Cultura convergente, con introduzione italiana a cura del collettivo Wu Ming – intendo il flusso di contenuti attraverso molteplici piattaforme mediatiche, la cooperazione tra diverse industrie dei media e il comportamento migratorio del pubblico, disposto a spostarsi quasi ovunque alla ricerca delle esperienze di intrattenimento che desidera». E, nelle prime pagine di Culture partecipative e competenze digitali, precisava: «Una cultura partecipativa è una cultura con barriere relativamente basse all’espressione artistica e all’impegno civico, con un forte sostegno alla creazione e alla condivisione delle proprie creazioni, con una qualche forma di tutoraggio informale grazie al quale ciò che è conosciuto dai più esperti viene trasmesso ai principianti. In una cultura partecipativa, inoltre, i membri credono che i loro contributi abbiano valore e sentono un certo grado di connessione sociale gli uni con gli altri». Non occorre molto tempo per rendersi conto di quanto queste parole si adattino perfettamente all’ecosistema del podcasting: la facilità di produzione ed espressione creativa, la costruzione di comunità attive, la collaborazione tra autori e ascoltatori e la circolazione dei contenuti su molteplici piattaforme mostrano infatti chiaramente come il podcast rappresenti un medium nel quale il pubblico assume un ruolo sempre più attivo, nello scenario di una “cultura partecipativa” che sembra davvero ridare senso e profondità ai concetti di vita comunitaria, relazione sociale, libertà, pluralismo, collaborazione, condivisione, intelligenza collettiva, cittadinanza, forse – addirittura – democrazia.

Dalla mediatizzazione profonda alla ricostruzione del legame sociale

Nei loro studi sulla “mediatizzazione profonda” Nick Couldry e Andreas Hepp (2017) osservano che oggi media e piattaforme digitali non costituiscono semplicemente strumenti di rappresentazione della realtà sociale, ma infrastrutture che contribuiscono a produrre e organizzare le relazioni, le pratiche e le istituzioni della vita contemporanea. La buona notizia, allora, quando si parla di podcasting, per tutti i motivi sopra evidenziati e al di là delle fosche previsioni degli apocalittici, è che l’innovazione mediale, se e quando decide di mettere ancora al centro le persone e le relazioni, può contribuire a rendere migliore la società. Non un sintomo della crisi, dunque, ma uno degli antidoti più efficaci al suo dilagare.

Periodico telematico registrato presso il Tribunale di Roma n. 67/2025 del 26 giugno 2025

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