di Alessandro Valenti
C’è un momento preciso in cui cambia tutto. Non è quando pubblichi il primo episodio. Non è quando arrivano i primi ascolti. È quando qualcuno inizia ad aspettarsi qualcosa da te. Quando il progetto smette di essere tuo e diventa anche degli altri.
Chiara Sgreccia lo conosce bene, quel momento. Giornalista professionista, con il collettivo Siamo Zeta ha costruito Il Posto Fisso, un podcast sul lavoro in ottica giovanile, su quei contratti che non arrivano, su quelle aspettative che il mercato continua a disattendere. Collabora a Riottoso, il settimanale di Gianni Riotta, e nel mezzo di tutto questo ha trovato il tempo di fare podcast con la stessa ostinazione con cui fa tutto il resto.
Non è poco. Anzi, è moltissimo. Ed è esattamente per questo che vale la pena chiederle come si fa.
Il punto di partenza
Il podcast ha qualcosa che gli altri media non hanno: abbassa la soglia. Non sempre serve un editore, non serve un budget, non serve che qualcuno ti dica che puoi farlo. Basta un’idea e la capacità di stare davanti a un microfono senza perdere il filo. È uno spazio di libertà che il giornalismo tradizionale a volte si sogna.
Per chi fa già altro, e lo fa per mestiere, il podcast non è una scelta di carriera. È qualcosa che si aggiunge. Si infila tra un pezzo e l’altro, tra una lezione e una deadline, tra una fonte che non risponde e un articolo da consegnare entro sera. È un carico in più, spesso invisibile, che non compare su nessun contratto e non viene contato da nessuno. Ma è anche il posto in cui la voce arriva dove gli altri formati non riescono ad arrivare. Più diretta, più lunga, più libera. E per chi ha qualcosa da dire, quello spazio vale il peso che porta con sé.
Ma quella libertà ha un prezzo. E spesso lo si scopre tardi.
Chiara, fare podcast non è il tuo lavoro principale, eppure ci sei dentro con progetti strutturati e impegnativi. Quando hai iniziato, avevi chiaro quanto spazio avrebbe preso?
No, non ne avevo idea. Mi ci sono buttata perché a intrigarmi è stata la possibilità: uno spazio libero, diretto, più intimo di altri formati, in cui poter costruire dibattito con gli ascoltatori con tempi e profondità diversi dalla scrittura a cui sono abituata. Questo per me è stato importante. Però credo di aver compreso la fatica vera che serve solo facendolo.
Quando fare podcast non è il tuo lavoro principale, lo spazio per dedicartici devi trovarlo tra tanti impegni: i lavori già concordati, le scadenze, le richieste che necessitano risposte immediate. Perché il punto non è solo trovare il tempo per registrare, ma soprattutto lo spazio mentale per costruire un racconto che fila.
Nel mio caso, più che un progetto collaterale, negli anni fare podcast, parteciparvi, è diventato una parte del lavoro fondamentale che, però, non coincide del tutto con il lavoro ufficiale, riconosciuto come tale. Ho investito quantità di energia, cura e pensieri non sempre misurabili in progetti che, però, mi hanno sempre soddisfatto. Per questo continuo a farlo: perché il podcast ti permette di arrivare alle persone in una forma che altri linguaggi non consentono. Ti obbliga a trovare una voce, non solo un contenuto. E quando quella voce riesce a creare una relazione con chi ascolta, capisci che quello spazio, per quanto faticoso, ha un valore preciso.
C’è stato un momento in cui ti sei trovata a inseguire un progetto invece di guidarlo?
Sì, credo di sì. E penso che succeda più facilmente di quanto si ammetta, soprattutto quando un progetto nasce da un desiderio molto forte di esistere. All’inizio sei tu a spingerlo, a dargli forma, a decidere il ritmo. Poi però, se si struttura, se coinvolge altre persone, scadenze, aspettative, a un certo punto può succedere che il rapporto si rovesci: non sei più tu a guidarlo fino in fondo, sei tu che cerchi di stargli dietro.
Con Siamo Zeta hai lavorato su un tema che senti tuo da anni. Ma una collaborazione ha i suoi ritmi e le sue scadenze. Come si gestisce quando il tuo tempo è spesso già tutto occupato da altri incastri?
Attraverso una negoziazione continua, più che un equilibrio vero e proprio. Quando lavori su un tema che senti molto tuo, la tentazione è dargli più spazio di quello che realisticamente hai. Però, se il tuo tempo è già occupato da altri lavori e altre scadenze, devi fare i conti non solo con quanto ti interessa un progetto, ma con quanto riesci davvero a sostenerlo nel tempo.
Per me il nodo sta proprio nel separare il coinvolgimento personale dall’organizzazione concreta. Da una parte c’è il desiderio di fare bene, di esserci, di non trattare quel lavoro come una cosa laterale. Dall’altra c’è la necessità di misurarsi con giornate già piene, con energie limitate, con il fatto che il tempo mentale non coincide mai semplicemente con le ore disponibili. Ci sono momenti in cui un progetto lo porti avanti con più slancio e altri in cui devi proteggerne la continuità, anche se non riesci a dedicargli tutto quello che vorresti. Credo che gestire un progetto significhi questo: provare a non perdere la qualità del rapporto con quello che stai realizzando, anche quando il tempo è poco.
Riottoso è un progetto molto diverso: più strutturato, con una produzione editoriale importante alle spalle. Che cosa cambia, nella pratica, quando si lavora dentro una struttura rispetto a quando si parte da zero?
Cambia molto, soprattutto nel tipo di responsabilità che senti addosso. Quando parti da zero, la fatica è tutta nella costruzione: devi inventare la forma, trovare il tono, capire come rendere sostenibile qualcosa che all’inizio esiste solo perché tu continui a spingerla. Dentro una struttura, invece, non parti nel vuoto: hai un impianto, delle competenze, un confronto editoriale, una filiera più chiara. E questo da una parte ti sostiene molto.
Riottoso, da questo punto di vista, è un’esperienza molto diversa. È il podcast settimanale di Gianni Riotta, un progetto che va avanti da anni ed è strutturato con grande solidità, anche grazie al lavoro di Gianni e dei professionisti che lo accompagnano. Per me collaborarci è un’importante occasione di crescita, sia lavorativa sia personale, perché mi porta a confrontarmi con temi e registri su cui, fuori da questo spazio, probabilmente non mi esporrei nello stesso modo. Dentro una struttura così non cambia solo l’organizzazione del lavoro: cambia anche il livello del confronto, e questo ti spinge a crescere.
Un episodio di podcast è la parte emersa di qualcosa che cresce sott’acqua da settimane. C’è la ricerca, ci sono le telefonate, ci sono le fonti che non rispondono, le interviste da rimontare, le scalette riscritte più volte. C’è il lavoro che non si vede e che non si conta, perché nessuno ti ha chiesto di farlo.

Quanto pesa, nella tua esperienza, quella parte invisibile? E come si concilia con tutto il resto, con gli articoli, con la didattica, con la newsletter?
Pesa molto. Un episodio, quando esce, sembra una struttura compiuta, lineare, naturale. In realtà arriva alla fine di un processo molto più ampio, fatto di studio, discussioni, tentativi, attese, revisioni, materiali che poi restano esclusi dalla versione finale.
Nella mia esperienza, la parte invisibile pesa non tanto in termini di tempo, quanto di impegno mentale. Anche quando non ci stai lavorando in modo diretto, continua a restarti nella testa, nell’organizzazione della giornata, nel modo in cui distribuisci energie e attenzione tra una cosa e l’altra. Il rischio è che venga assorbita nel resto come se non avesse un costo autonomo; invece c’è ed è grande. È il lavoro vero, il cuore. Quello che rende possibile la riuscita dell’episodio. Così la sfida è riconoscerne il peso senza lasciare che diventi l’ennesima fatica silenziosa data per scontata.
Cosa consiglieresti a chi sta iniziando adesso, con un’idea in testa e nessuno che gli ha chiesto di farlo?
Direi di partire, ma senza romanticizzare. All’inizio non consiglierei di pensare subito in grande, ma in modo preciso. Di non chiedersi solo di cosa voglio parlare, ma anche perché proprio io, con quale taglio, per chi, e se riesco a reggere questa cosa nel tempo. Perché avere un’idea è la parte più facile. Darle continuità, senza bruciarsi o svuotarla, è molto più difficile.
Consiglio anche di non aspettare condizioni perfette, perché non arrivano. Allo stesso tempo, però, di non confondere l’urgenza di pubblicare con la necessità di trovare una forma. Avere fretta di esistere può far partire un progetto, ma non basta a farlo crescere. Serve lavoro, ascolto, disciplina e la capacità di capire che cosa funziona e che cosa no.
Nessuno ti ha chiesto di farlo
Nessuno ti ha chiesto di farlo, Chiara. Eppure eccoti qui, con un podcast sul lavoro precario e un microfono aperto ogni volta che una storia non trova spazio altrove. È la stessa dedizione con cui scrivi per Domani, con cui dirigi la rivista Claim, con cui tieni il laboratorio di scrittura alla Scuola di Giornalismo della Luiss, con cui hai attraversato l’Ucraina a due anni dall’invasione russa con il microfono in mano. Quella per cui non esiste un orario di fine turno, solo una storia in più da raccontare bene.
Periodico telematico registrato presso il Tribunale di Roma n. 67/2025 del 26 giugno 2025