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Perché studiare il podcasting

Che cos’è, davvero, il podcasting? A vent’anni dal conio del termine, definirne identità mediale e statuto epistemologico resta un nodo aperto. Un invito a colmare il ritardo analitico con cui la ricerca insegue i new media.

di Federica Sbrana

La difficile definizione del podcasting

Sembra facile ma non lo è affatto: stiamo parlando della questione lessicale, e quindi semantica, che ruota intorno al termine “podcast” o, se si preferisce, “podcasting”. Inutile ripercorrerne la storia perché da quel 2004, anno in cui il giornalista e tecnologo britannico Ben Hammersley coniò il termine in un articolo per The Guardian, molta acqua è passata sotto i ponti dell’ecosistema digitale. La definizione di un concetto non è mai, naturalmente, un puro esercizio retorico o virtuosistico e fa piacere scoprire che l’Accademia, ovvero il mondo dei ricercatori e studiosi universitari, abbia elaborato in questi due decenni un’interessante letteratura scientifica sul tema. Non con eccessivo clamore, a dire il vero, perché l’impressione è che il podcasting, nonostante il suo innegabile successo, continui a passare nell’immaginario collettivo – anche quello del ceto intellettuale – come un mero strumento di divulgazione, efficace, versatile, pronto all’uso quanto si vuole, ma in fondo non propriamente degno di un’esplorazione che ne disegni, come si deve, l’identità mediale o lo statuto epistemologico.

Il gap che non cessa di estendersi fra l’accelerazione dell’evoluzione tecnologica e i tempi legittimamente riflessivi della ricerca scientifica, però, sta purtroppo generando un crescente disallineamento strutturale fra “sistema della ricerca” e società. L’effetto di questa sorta di strabismo culturale è che, a valle, i new media proseguono il loro percorso vorticoso inducendo, a tutti i livelli, cambiamenti profondi che il mondo accademico fatica invece ad interpretare e spiegare. Figuriamoci a governare. Un “ritardo analitico” le cui conseguenze appaiono difficilmente quantificabili, ma si allungano come ombre inesorabili sulla cornice di scenari che continuano ad oscillare fra l’ottimismo dei tecno-entusiasti e l’approccio apocalittico dei tecno-scettici.

Il “paradigma fandom” come modello interpretativo

Non raramente la “questione podcast” si risolve introducendo il “paradigma fandom” difficilmente contestabile e senza dubbio utile da indossare per tutte le stagioni dell’on-line: senza timore di essere smentiti, infatti, è facile sostenere che il medium podcast intercetti e aggreghi platee di nicchia, accomunate da una stessa passione considerata degna di tempo e approfondimento, se è vero, come è ormai certificato, che la sessione media di ascolto, secondo i dati più recenti della Ricerca 2025 NielsenIQ per Audible, si aggira al di sopra dei 28 minuti (e già solo questa evidenza, nell’era dello zapping permanente, meriterebbe un’adeguata focalizzazione da parte dei media studies).

In quanto esperienza culturale e “passionale” il podcast genera naturalmente tutti gli effetti ad essa correlati: stimolazione intellettuale; ampliamento delle conoscenze relative al proprio “oggetto d’amore” (sia esso un hobby qualunque o un genere narrativo specifico come il true crime, tanto per citare, fra tutti, quello che ha decretato l’età d’oro del podcasting da Sarah Koenig in avanti); percorsi efficaci di esplorazione cognitiva ed educativa (basti pensare al suo sempre più esteso e fecondo uso didattico); forme variegate di socializzazione fra gli audio-addicted.

Il paradigma della ri-mediazione e la necessità di studiare i new media

Ma un altro paradigma è stato ripetutamente proposto, anch’esso perfettamente rispondente ai caratteri prevalenti del podcasting: quello della ri-mediazione. Si tratta di un concetto dalle straordinarie potenzialità analitiche che fa capo, come è noto, agli studi di Jay David Bolter e Richard Grusin. Non ci si propone qui di ripercorrere i contenuti del loro straordinario saggio Remediation. Understanding New Media, autentica pietra miliare per studenti e studiosi di Scienze della Comunicazione, ma di riflettere solo su un elemento connesso a quel testo.

La tesi di fondo è chiara: un nuovo medium “ri-media” un vecchio medium nel senso che – e questo funzionava molto bene per la dialettica analogico/digitale – in formati che nascono dopo, migrano, si integrano e si ibridano quelli che esistevano prima. La pagina web di un giornale, ad esempio, “ri-media” il foglio di un quotidiano a stampa; il podcasting, secondo molti (ma non secondo tutti), “ri-medierebbe” la radio. Sullo sfondo c’è naturalmente l’intramontabile intuizione di Marshall McLuhan secondo la quale “il contenuto di un medium è sempre un altro medium”.

Ma il punto è un altro ed è strettamente legato a questi brevi richiami. Stanti tali premesse, ciò che si verifica giocoforza nel tempo è infatti quel processo di ipermediazione sul quale Bolter e Grusin ponevano l’accento. Il che significa dar vita ad un fenomeno di straordinaria e incontenibile “complessificazione mediale”. Il fatto è però che ad essa, nell’evoluzione tecnologica, fa da contraltare invece – lato utente – un’ipersemplificazione degli standard di accessibilità grazie a software sempre più user friendly e “a portata di click”.

La conclusione è sotto gli occhi di tutti: potentissimi dispositivi digitali, assai facili da usare ad ogni età, caratterizzano gli scenari mediali contemporanei, rivoluzionando a ritmi vorticosi grammatiche, sintassi e dinamiche comunicative. Ecco perché sarebbe necessario accompagnare tale processo con uno studio approfondito e instancabile del cambiamento d’epoca da parte delle Istituzioni accademiche e del mondo della ricerca. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt…

Periodico telematico registrato presso il Tribunale di Roma n. 67/2025 del 26 giugno 2025

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