di Federica Sbrana
Insegnare oggi: il senso profondo di una scelta educativa
Dare consapevolezza e spessore all’agire didattico, individuare il senso profondo dell’insegnamento, concepire il dialogo educativo, in ogni sua fase e modalità, come esperienza trasformativa: sono questi, insieme a molti altri, gli obiettivi che ispirano da sempre la ricerca pedagogica chiamata ad un aggiornamento costante in uno sforzo continuo di “sintonizzazione” con il presente e con il nuovo. Al centro, come missione non banale, rimane il compito della trasmissione dei saperi attraverso un bilanciamento sempre più faticoso fra tradizione e innovazione. Ecco il punto di fronte al quale, prima o poi, ogni docente deve fermarsi a riflettere soprattutto in tempi di “imperialismo digitale” e progressiva delegittimazione dei paradigmi classici. Qui si colloca il bivio che intralcia il cammino spensierato e ottimistico di chi, al suono di ogni campanella, chiude la porta dell’aula e lascia il mondo fuori.
Tra aula e vita: il bivio del formale e dell’informale
Le dimensioni infatti, volendo semplificare gli scenari, sono due, non solo nella didattica del resto, ma nella vita stessa: il formale e l’informale (con il non formale come ulteriore possibilità). Poi naturalmente ce n’è una terza, la più critica: quella del loro rapporto. Da una parte l’insegnamento/apprendimento istituzionale e strutturato, dall’altra l’esperienza immersiva della vita quotidiana nella sua straordinaria ricchezza, comprese le attività dei più svariati “soggetti erogatori” della società civile (il mondo variegato della formazione musicale, artistica, sportiva o dell’associazionismo).
Al di là del facilismo digitale: quando l’innovazione diventa scorciatoia
Ora, non è sicuramente una notizia che la “rivoluzione digitale”, a far data almeno dalla seconda metà del XX secolo, abbia costretto ad un ripensamento globale del processo educativo/formativo, soprattutto in considerazione dell’innegabile successo e dell’appeal dei nuovi media. La domanda che cominciò a circolare fu presto quella di come fare in modo che tali aspetti potessero essere trasferiti anche nei contesti formali di insegnamento/apprendimento. Ma il “facilismo” è divenuto non raramente la scorciatoia più battuta, con il risultato che la logica del prêt-à-porter comunicativo ha letteralmente invaso il mondo della didattica prima che quest’ultima avesse il tempo di adeguare criticamente e riflessivamente al cambiamento i propri paradigmi pedagogici. Il lessico modaiolo e giovanilistico del free, del fast, dell’easy, dello smart, e del chill ha spesso conquistato menti, cuori e spazi, con risultati non sempre encomiabili.
Il podcast come “digitale saggio”: oltre la difesa, verso il valore
E’ evidente come la risposta a tale malinteso non possa naturalmente basarsi su un’anacronistica strategia difensiva. Scavare fossati fra il vecchio e il nuovo sarebbe tanto inutile quanto controproducente. Il punto, a nostro parere, è naturalmente un altro: quello di saper individuare, in contesti educativi formali, strumenti ed attività informali o non formali ad “alto valore aggiunto” dotati di ferrei “anticorpi” e di adeguate capacità di resilienza rispetto alla tentazione del semplificazionismo. Un “digitale saggio” è, in altri termini, quello cui il mondo della scuola dovrebbe guardare e non c’è dubbio sul fatto che il podcast rappresenti in questo scenario uno strumento prezioso e insostituibile. Il punto centrale che ne spiega il motivo è legato senza dubbio all’insieme dei suoi caratteri distintivi, ma ancor più a quella che potrebbe considerarsi la sua “essenza” strutturale che, in controtendenza rispetto al panorama mediale contemporaneo, rifugge soprattutto nel contesto didattico dall’idea della superfluità del soggetto mediatore.
Mediazione, guida e competenza: il ruolo educativo del fare podcast
Se è innegabile, infatti, che la sua facies innatamente laboratoriale orienti il podcast verso pratiche partecipative e collaborative, quelle ad esempio di una redazione di classe nel cui ambito ciascuno svolga creativamente e liberamente il proprio ruolo, è altrettanto vero che a questa dimensione di orizzontalità se ne intrecci una verticale che riconosce la necessità di una guida capace di trasmettere le indispensabili competenze tecniche, di coordinare le attività individuali e di fare sintesi. Un docente-facilitatore – ma nessuno impedisce che tale “status” possa in una diversa fase connotare uno studente-esperto – chiamato ad assicurare il successo finale dell’esperienza in un ambiente di insegnamento/apprendimento che si potrebbe a buon diritto connotare come ibrido, in quanto oscillante continuamente tra il formale e l’informale. L’importante – come sottolineato più volte da Pier Cesare Rivoltella nei suoi testi – è che si superi “il luogo comune secondo cui i media digitali sarebbero auto alfabetizzanti, ovvero non richiederebbero nessun intervento di istruzione per essere utilizzati”. Perché, puntualizza ancora Pier Cesare Rivoltella, “usare in senso intuitivo, superficiale e sommario, e usare sfruttando appieno le possibilità dello strumento sono cose molto diverse”. E rimane un compito della didattica e della scuola – conclude Pier Cesare Rivoltella – far crescere conoscenze e competenze sul versante dei linguaggi, “ossia nell’ambito della padronanza delle grammatiche interne e del gioco semiotico di cui sono parte”.
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