di Federica Sbrana
The medium is the message: ontologia della comunicazione e mutamento dei rapporti umani
La domanda è semplice e diretta: che cosa avrebbe pensato e scritto Marshall H. McLuhan del medium podcast? È qualcosa di più di una curiosità per chi cerca di confrontarsi con quella che potrebbe definirsi “l’ontologia della comunicazione”, non accontentandosi del consumo mediatico ma preoccupandosi invece di comprenderne i caratteri distintivi. L’attenzione scientifica di M. McLuhan per le conseguenze individuali e sociali dell’uso di ogni medium, cioè di “ogni estensione di noi stessi” – chiosava – si riassumeva nella celebre formula con cui lo studioso canadese è stato presto identificato: the medium is the message. Ma tale messaggio, spiegava meglio, era nel “mutamento di proporzioni, di ritmo e di schemi” che ogni medium introduce nei rapporti umani. Del suo libro forse più letto, Gli strumenti del comunicare, pubblicato nel 1964 e tradotto in Italia tre anni dopo, colpisce, al pari della straordinaria densità dei temi e dei problemi sottesi ad ogni pagina, la trasversalità: all’incrocio fra letteratura, semiotica, sociologia, filosofia, teoria dei media, e dunque assolutamente inclassificabile, il testo continua ad apparire di una genialità irriducibile ad ogni categoria del pensiero o della scienza.
Media caldi e freddi: il “tamburo tribale” e il ritorno all’oralità
Fra le più note formule utilizzate spesso per compendiare la caleidoscopica trattazione di McLuhan, ha avuto indubbia fortuna la dicotomia fra medium caldi e freddi, cui è dedicato un apposito capitolo. “La nostra epoca – scriveva – è piena di casi che confermano il principio secondo il quale la forma calda esclude e la forma fredda include”. Caldi, “ad alta definizione e densità informativa”, la radio e il cinema; freddi il telefono e la tv perché “i media caldi non lasciano molto spazio che il pubblico debba colmare o completare; comportano perciò una limitata partecipazione, mentre i media freddi implicano un alto grado di partecipazione o di completamento da parte del pubblico”. “Tamburo tribale”: con questa potente metafora McLuhan alludeva al potere della radio di toccare intimamente gli individui, creando una connessione intima fra lo speaker e l’ascoltatore. Un ritorno all’oralità e alle nostre origini primordiali caratterizzato da profonde risonanze interiori, capaci di risvegliare echi lontani e sensazioni arcaiche. Si trattava di un’esperienza privata, perché è in tale dimensione che McLuhan individuava l’aspetto immediato ed essenziale della radio, la più vicina al puro e semplice “discorso umano”, particolarmente accordata – osservava – su quella “prima estensione del nostro sistema nervoso centrale, su quel mass medium aborigeno che è la lingua parlata”.
Podcast e prosumer: alta definizione, alta partecipazione
Al di là dei naturali aggiornamenti legati all’evoluzione digitale e allo sviluppo dei format radiofonici almeno dagli Anni Settanta in poi, non c’è dubbio che le pagine di Marshall H. McLuhan continuino a rappresentare un insostituibile banco di prova per i Media Studies. Quale posto avrebbero occupato i podcast nella sua trattazione? Sicuramente non si potrebbe trascurare l’accento da porre sul coinvolgimento attivo e sull’alta partecipazione dell’ascoltatore tipica non soltanto della fruizione on demand, ma anche della “fase creativa”. Caratteristica essenziale del podcasting è infatti la straordinaria accessibilità tecnica del suo setting, che consente di realizzare ambienti mediali sostanzialmente open door, in cui chiunque è potenzialmente in grado di mettersi alla prova dismettendo la veste di “consumatore” e indossando quella di “produttore”. La figura del prosumer, d’altra parte, nella sua ibridazione semantica, è proprio quella che può indirizzare l’analisi verso un’ulteriore acquisizione. Perché è vero che la categoria mcluhaniana di “alta definizione” si addice perfettamente al podcasting, ma ad essa va aggiunta l’altrettanto alta partecipazione dell’utente che non solo ascolta, ma sceglie, partecipa, commenta, interagisce, pubblica e ripubblica e dunque co-costruisce il senso e la forma finale dell’esperienza mediale, potendo addirittura rovesciarla nel divenire, da consumatore, creatore.
Il medium “semifreddo”: metamedialità del software e libertà creativa
Rimane un ultimo elemento, quello decisivo, su cui non spesso verte l’analisi degli osservatori. Vi si è soffermato invece Francesco Bollorino, mettendo il focus sull’interessante categoria del “medium semifreddo” proprio per sottolineare la natura costitutivamente ibrida dell’esperienza mediale quotidiana, podcasting compreso. Il punto è la “metamedialità del software” (Lev Manovich, 2013), vale a dire il fatto che – e pochissimi lo sottolineano – la rivoluzione comincia precisamente da qui: è infatti il software, e spesso un software dalle interfacce straordinariamente user friendly, a “ri-mediare” e “ri-simulare” media storici come la radio, divenendo autentico motore universale del cambiamento. E dunque, di conseguenza, è il computer il vero “metamedium” e lo strumento di un’esperienza non più solo fredda, né solo calda, per riprendere le categorie di McLuhan, ma appunto ibrida, “semifredda”. Che si apre alla libertà di chi vuole solo fruire, ma anche e soprattutto di chi desidera creare.
Periodico telematico registrato presso il Tribunale di Roma n. 67/2025 del 26 giugno 2025