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Podcast e didattica

Come si inserisce il più analogico degli strumenti digitali nella media education

Federica Sbrana

Educare ai media: una sfida che viene da lontano

Il tema è sempre quello quando si parla di podcast e didattica: la media education. Espressione di polivalenza semantica che nel corso dei decenni, soprattutto per gli addetti ai lavori, ha subìto un processo che in antropologia si definirebbe di “totemizzazione”. Il rischio è di rimanerne soggiogati, quando invece l’obiettivo dovrebbe essere continuare una riflessione critica incessante per evitare di ritrovarsi di nuovo in quella che i sociologi chiamano “fase inoculatoria”, in genere caratteristica degli inizi di un processo e non della sua maturità.

Di “educazione ai media” si parlava già nel primo Novecento per il cinema, poi è arrivata la TV. L’espressione in voga era “screen education”. Si invocava una visual literacy con un approccio più protettivo che produttivo soprattutto nei confronti dei giovani, eterne potenziali “vittime” dei media di massa.

La scuola nell’era digitale: tra rincorsa e smarrimento

È stata quindi la volta del digitale, alfiere di una rivoluzione onnipervasiva che nelle scuole ha costretto a ridefinire il concetto stesso di alfabetizzazione nel nome di un’interattività all’inizio più predicata che praticata. Dalla stagione della LIM all’era dei touch screen, nella cornice di imprescindibili PNSD (Piani Nazionali per la Scuola Digitale) che si ponevano l’obiettivo di intercettare (o forse rincorrere) gli studenti, riproducendo ambienti di apprendimento sovrapponibili ai loro ambienti di vita.

Se un cambio di paradigma era ormai avvenuto, se l’homo digitalis stava marcando il territorio, la scuola doveva correre ai ripari, vincendo ogni incertezza. Dopotutto, un periodo di adattamento era necessario. Lo diceva anche McLuhan che nella storia della comunicazione ogni nuova tecnologia ha avuto l’effetto di “ottundere la consapevolezza umana durante il periodo della sua prima interiorizzazione”.

Perché la tecnologia non diventi ideologia

Ma il punto è un altro, perché la tendenza prevalente è stata, di nuovo, quella della “totemizzazione”, con due versioni opposte: da un lato la quasi “deificazione” del digitale, dall’altro la sua demonizzazione. Nel bel mezzo la scuola, spesso in balìa delle correnti di volta in volta dominanti, ma in ogni caso soggiacente alla nuova mitologia della comunicazione.

Che cosa fare? Intanto, il primo passo da compiere appare sempre più quello di lavorare sui ritmi, anche e soprattutto, su quelli dell’apprendimento. Per lavorare sui ritmi bisogna lavorare sui testi recuperando il senso profondo del pensiero riflessivo. Rallentare, dunque, scalare una marcia. Se necessario, anche fermarsi.

Preveniamo subito le obiezioni dei “tech evangelist”: nessuno sta sostenendo che la scuola debba fare battaglie di retroguardia. Il punto è un altro, e cioè che – ed ecco il secondo passo da compiere – appare indispensabile decostruire e de-sacralizzare il “Moloch Digitale” per individuare al suo posto “digitali buoni”, vale a dire utili didatticamente, perché non tutti lo sono.

Rallentare per capire: il podcast come “digitale buono”

Se questo significa saper navigare controcorrente di fronte alle lusinghe della turbotecnologia, ben venga. Ma a questo punto – e siamo al terzo passo da fare – ci si potrebbe chiedere come riconoscere un “digitale buono”, nella prospettiva che stiamo proponendo.

A nostro parere, e sembrerà solo per un istante una contraddizione, è quello che, pur non rinunciando all’innovazione, consente di mantenere alta la quota di analogico: lavoro di approfondimento sui testi in relazione a focus tematici da scegliere per interesse; attività sul campo, in contesti reali e non virtuali, preferibilmente in “modalità cooperativa”, perché quando si lavora insieme si attiva più facilmente la creatività, si torna a parlare e ad ascoltare dal vivo; divulgazione massima e “restituzione pubblica” dei risultati ottenuti dopo un lungo e – torniamo ai ritmi – lento lavoro di elaborazione, perché difficilmente, nella storia del pensiero, la ricerca ha messo il turbo per arrivare ai suoi traguardi.

Chiudiamo con due dati: nello scenario tecnologico contemporaneo c’è un medium estremamente interessante e, secondo NielsenIQ/Audible, in forte ascesa. Anche i settori in cui tale medium è attivo stanno crescendo e molti comprendono le più tradizionali discipline scolastiche, come la storia, entrata in un’inossidabile Top Ten di ascolti.

Ebbene a noi sembra che tale medium, che si chiama “podcast”, possa rientrare a pieno titolo nella categoria di “digitale buono”, perché utile didatticamente ad accrescere la conoscenza (o perfino la cultura?) sia in chi lo produce sia in chi ne fruisce. Chiunque abbia provato a fargli spazio nella scuola ha ottenuto riscontri eccellenti. Continueremo a parlarne, purché si scali al più presto una marcia. O forse due.

I numeri del podcast

I trend di crescita sono orientati a nuovi incrementi che nel 2025 hanno riguardato 18 milioni di italiani. Chi usa il podcast vuole imparare e non ama andare di fretta, anzi è disposto a fermarsi oltre 28 minuti per ogni sessione di utilizzo.

Periodico telematico registrato presso il Tribunale di Roma n. 67/2025 del 26 giugno 2025

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