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Difficile da monetizzare.

Il mercato del podcasting giudica i progetti dai numeri. Ma ci sono storie che cambiano le persone senza mai entrare nelle classifiche che contano. Il cortocircuito di un sistema che non sa misurare ciò che conta davvero.

Di Alessandro Valenti

Non è retorica. È una questione concreta, quasi brutale. Riguarda il modo in cui decidiamo cosa merita di esistere, cosa merita risorse, attenzione, distribuzione.

Nel mercato attuale del podcast la risposta è sempre la stessa, implicita e automatica: vale quanto i suoi numeri. Download, stream, completion rate, unique listeners. Tutto dentro una dashboard. Tutto misurabile. Tutto confrontabile.

Il problema è che le storie che entrano nelle persone, per non andarsene più, non partono quasi mai dai numeri giusti.

Quando la storia non rientra nelle categorie del mercato

Chiunque abbia provato a portare un progetto difficile a una produzione strutturata conosce la scena: si entra con una storia necessaria, si esce con una frase gentile. «Bellissimo, ma non è per noi. Troppo di nicchia. Troppo pesante. Difficile monetizzare.»

È quello che succede quando un racconto non rientra nelle categorie che il mercato sa già vendere. Non perché sia sbagliato. Perché è scomodo, difficile da classificare, impossibile da ridurre a un target.

Ma qui vale la pena fermarsi un momento. L’industria, qualsiasi industria, guarda ai numeri perché il suo obiettivo è il profitto. Il podcast, dentro quella logica, diventa un prodotto prima ancora che un messaggio. Non è una distorsione del sistema: è il sistema. Criticarlo senza riconoscerlo sarebbe disonesto.

Il punto vero è un altro: un podcast nasce per raccontare qualcosa. E chi sceglie di restare editore di se stesso, senza chiedere a un grande player di validare il proprio lavoro, senza negoziare con nessuno il diritto di dire certe cose, paga un prezzo. Ma conserva qualcosa che vale più di una distribuzione garantita: la libertà di farlo.

Libertà di affrontare argomenti scomodi senza censure. Libertà di arrivare a chiunque abbia un telefono e una connessione, senza costringerlo a scaricare un’app proprietaria o pagare un abbonamento. Libertà, soprattutto, di non dover giustificare la storia davanti a nessun comitato editoriale.

Tre storie nate fuori dal sistema

Ho scritto DOMINO – Di uniformi e vite tolte insieme alla giornalista Gaia Mellone per raccontare qualcosa che faticava a trovare spazio altrove: il silenzio che avvolge chi indossa una divisa e non riesce più a portarne il peso. Non è crime nel senso classico del termine: non c’è un colpevole da inseguire, non c’è un colpo di scena che tiene incollati fino all’ultimo episodio. C’è Lamin Ben Yahia, carabiniere morto suicida a 23 anni. C’è la sua famiglia, il suo avvocato, i documenti di un caso che la giustizia ha deciso di archiviare nonostante le tante domande rimaste aperte.

Stefano Vergine è un giornalista d’inchiesta. Scrive per Domani. Ha lavorato per L’Espresso, BBC, Rai, Il Fatto Quotidiano e ha contribuito all’inchiesta Panama Papers, premiata con il Pulitzer nel 2017. Con SIMONE ha fatto una cosa diversa da tutto il resto: ha preso due anni del suo tempo libero e parte dei propri risparmi per autoprodurre sei episodi sulla morte di Simone Mattarelli, ventottenne trovato impiccato in una fabbrica in provincia di Varese nel gennaio 2021, dopo un inseguimento con i carabinieri. Per la giustizia italiana, un suicidio. Per la famiglia, qualcosa che non torna.

Samuele Sciarrillo e Silvia Longhi hanno fatto lo stesso con Enclave. Sopravvivere a Srebrenica: sette episodi sul genocidio bosniaco del 1995, costruiti su anni di ricerca e testimonianze dirette. Tra queste, quella di Nedžad Avdić, che aveva diciassette anni quando sopravvisse alle esecuzioni di massa, e che è l’unico a essere tornato a vivere a Srebrenica.

Nessuno di questi progetti sarebbe nato rincorrendo una monetizzazione facile o veloce. Sarebbe stato sepolto prima ancora di aprire il microfono. Storie come queste vengono alla luce solo quando chi le racconta accetta di non misurare il proprio lavoro in termini che il mercato può capire. Accetta la lentezza. Accetta la marginalità. Accetta che la libertà, a volte, abbia un costo.

La logica dell’industria funziona al contrario: prima si cerca il pubblico, poi si racconta la storia. Prima si verificano le proiezioni, poi si apre il microfono. Prima si costruisce la rete, poi si lancia il progetto. Una sequenza con una sua razionalità economica, che lascia fuori esattamente le storie che non sanno ancora di avere un pubblico, perché nessuno le ha ancora raccontate.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Gli stessi ospiti che ruotano ciclicamente tra un progetto e l’altro. Le stesse storie crime riesumate e rinarrate da ogni angolazione possibile. Dalla vittima, dal carnefice, dal testimone, dall’esperto dell’esperto. Non importa se c’è qualcosa di nuovo da dire. Importa che funzioni.

Un altro modo di fare le cose

Eppure, esiste un altro modo di fare le cose. Più lento, più faticoso, ma più onesto. Costruire una storia ascoltatore per ascoltatore, presentazione per presentazione, stretta di mano per stretta di mano. Arrivare a cento persone e cambiarle davvero, invece di sfiorarne un milione senza lasciare nulla. È una scelta di campo non una resa.

La questione è che anche noi, come ascoltatori, siamo stati plasmati da un sistema che sceglie al posto nostro. L’algoritmo ha deciso cosa meritasse la nostra attenzione, ha normalizzato certi formati, certi ritmi, certi generi. Abbiamo imparato ad aspettarci il crime onnipresente, il grande nome, la produzione levigata. E nel frattempo ci siamo disabituati ad ascoltare ciò che disturba, ciò che non si risolve, ciò che chiede qualcosa in cambio.

Il problema non è che esistano podcast da milioni di ascolti. Il problema è un sistema in cui solo loro meritano risorse, distribuzione, attenzione. In cui la visibilità si autoalimenta e la marginalità si autoconferma. In cui un progetto che non parte già forte difficilmente riesce a diventarlo, non perché non valga, ma perché le condizioni non lo permettono.

In questo sistema, storie come quella di Lamin Ben Yahia, di Simone Mattarelli, di Nedžad Avdić, rischiano di non trovare mai la strada verso chi avrebbe bisogno di ascoltarle, non perché non valgano, ma perché il mercato non sa come prezzare il necessario.

Serve un cambio di prospettiva: smettere di misurare il successo solo in download e iniziare a misurarlo in vite toccate, conversazioni accese, silenzi rotti. Costruire reti vere, fatte di persone che si passano un link perché ci credono, non perché glielo ha suggerito una piattaforma.

Il podcasting può ancora scegliere cosa vuole essere: una macchina per produrre ascolti o uno strumento per produrre comprensione. Sono due cose diverse, che richiedono criteri diversi e un’idea diversa di successo. ASSIPOD.org – Associazione Italiana Podcasting esiste per tenere aperto questo spazio, una rete fatta di persone e non di numeri, dove il successo si misura anche in conversazioni accese dopo una presentazione, in messaggi ricevuti alle due di notte da qualcuno che non sapeva di aver bisogno di ascoltare quella storia.

La differenza, prima o poi, si vede. Non nella classifica. Nella vita delle persone.

Periodico telematico registrato presso il Tribunale di Roma n. 67/2025 del 26 giugno 2025

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