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Voce agli archivi. Il podcast per valorizzare un patrimonio di grande attualità

Il podcast gioca un ruolo chiave nel rendere accessibili i documenti d’archivio, allargando la platea degli utenti con narrazioni immersive che intrecciano storia, ricerca e attualità

di Francesca Bertolotto

Ma quante sono realmente le produzioni e come si sviluppa questa comunicazione, che mira a raggiungere pubblici sempre più diversificati? Una ricerca rivela numeri inaspettati e molto di più.

La ricerca è di Gaia Porcellini, laureata in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo con focus sulle teorie e le strategie della pubblicità, e neolaureata all’Accademia di Belle Arti di Brera in Comunicazione e valorizzazione dei beni culturali, dove ha sviluppato la tesi Voce agli Archivi. Un’indagine sulle produzioni podcast degli archivi italiani dal 2020 al 2025.

Dalla punta dell’iceberg all’inizio di un’idea

Come ti sei avvicinata al tema archivi e podcast, cosa ti ha incuriosito di questo binomio?

Mi sono avvicinata al tema osservando l’attenzione mediatica suscitata nel 2025 dal lancio della serie podcast Archive Stories, tratta dai documenti dell’Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli. Una vera e propria punta dell’iceberg. Questo caso mi ha permesso di cogliere un fenomeno molto più ampio: l’evoluzione degli archivi italiani in spazi di narrazione e divulgazione culturale.

Ciò che più mi ha incuriosito è stato il dialogo tra due realtà apparentemente distanti: da un lato gli archivi, tradizionalmente percepiti come luoghi “antichi”, legati alla consultazione e alla conservazione; dall’altro il podcasting, un mezzo contemporaneo affermato, accessibile e coinvolgente grazie al suo linguaggio narrativo.

Da tutto ciò è nata l’ispirazione per il mio progetto, che ho affrontato senza una formazione specifica sul podcasting ma facendo leva sull’approccio alla comunicazione, quindi oggettivo. Fin dall’inizio ho voluto comprendere le potenzialità del podcast in termini di linguaggio e strategia per giungere alla divulgazione culturale, rendendo accessibili contenuti complessi. Perciò ho approfondito le dinamiche della produzione mantenendo tuttavia costante il focus critico e progettuale.

Che parere hai di questo medium, ormai maturo, rispetto al suo impatto sul pubblico?

Direi che l’impatto sul pubblico è significativo proprio perché il podcast continua a creare forme di fruizione molto coinvolgenti. Archivissima, manifestazione pluriennale di grande impatto, ha certamente acceso la miccia: già nella prima edizione digitale del 2020 il festival ha raggiunto 125.000 utenti con 37.700 accessi al sito e ai contenuti online, inclusi i podcast, e i dati sono rimasti positivi negli anni successivi.

Parallelamente, anche gli Archivi di Stato, grazie a finanziamenti e al PNRR, stanno sempre più investendo nella digitalizzazione e nei contenuti online, registrando una crescita degli accessi e dell’utilizzo dei servizi digitali. Oggi il pubblico ha sempre più interesse ad ascoltare e scoprire storie e racconti del passato. Basti pensare al fenomeno Barbero.

Cos’hai voluto sondare con la tua ricerca e come l’hai impostata?

Ho esplorato l’utilizzo del podcast da parte degli archivi italiani, analizzando le produzioni tra il 2020 e il 2025. Da un lato, mi interessava capire come gli archivi stanno trasformando il proprio rapporto col pubblico. Oltre le visite, le mostre, le pubblicazioni e i video, come valorizzano il loro patrimonio grazie a un medium audio immersivo e liberamente fruibile, e quali strategie comunicative e di produzione stanno adottando? Questa la domanda.

Per il mio obiettivo occorreva una mappatura sistematica: prima gli enti e poi le produzioni. Ho perlustrato Archivi di Stato, Soprintendenze, università, archivi d’impresa e un vasto insieme di istituzioni: 300 enti partecipanti con podcast al Festival e 81 realtà culturali con pubblicazioni autonome. Una volta individuato chi aveva serie podcast all’attivo ho creato due categorie specifiche, quelle pubblicate sui siti Archivissima e quelle disponibili in forma indipendente su piattaforme di hosting. A ogni progetto ho dedicato schede dettagliate per far emergere peculiarità ma anche le costanti.

Testimonianze dirette, ti sono state utili?

Sì, ho voluto ascoltare voci esperte. Una, quella di ASPI – Archivio storico della psicologia italiana, rivelatrice per la produzione in house e il ruolo dell’archivista. Poi Flavio Carbone, che con La Storia dei Carabinieri offre un esempio brillante sotto due aspetti, la produzione indipendente che diventa poi istituzionale e l’efficace applicazione della crossmedialità. Per capire l’approccio metodologico delle case di produzione mi sono rivolta a Paolo Righi, tra l’altro diplomato alla stessa Scuola dell’Accademia. Ho trovato molto convincente la sua prospettiva: il podcast come eccellente strumento di audience development.

Sei entrata nei dettagli di ogni produzione. Cosa cercavi, quali aspetti in particolare?

Innanzitutto, come si sviluppa il rapporto tra gli archivi e il podcasting. Il percorso da documenti a storytelling, che è sempre sotto la guida dell’archivista, figura chiave per garantire la scientificità delle fonti e il loro trattamento.

Altri aspetti essenziali erano le collaborazioni e le partnership, il contesto di produzione, la distribuzione sulle piattaforme. L’obiettivo non era solo cogliere quanti podcast esistono, ma soprattutto come e perché vengono realizzati, proprio per restituire una visione il più completa possibile delle pratiche in atto.

Difficoltà lungo il cammino, quali?

Per scoprire podcast non legati ad Archivissima direi subito la discoverability, ma con una precisazione. La difficoltà è reale: ricerche con parole chiave troppo generiche, come podcast e archivio, restituiscono tanti risultati ma spesso del tutto irrilevanti. Allora ho cambiato prospettiva, cercando di valorizzare il plus di un medium digitale pensato proprio per allargare i pubblici.

A parte mappare le istituzioni per macrocategorie e poi per singoli enti, le risposte giungevano da portali e piattaforme di hosting, utilizzando parole chiave mirate e integrando il tutto con news, social network e campagne stampa.

Quali le prime evidenze emerse, importanti da sottolineare?

Negli ultimi anni si mostra una crescita significativa del podcast come strumento di valorizzazione archivistica.

Dalla mappatura delle edizioni di Archivissima 2020-2025 emergono 405 produzioni e un’evoluzione dei formati, da episodi brevi e sperimentali a produzioni più consapevoli. Parallelamente, si è notato anche un calo della quantità, da 129 contenuti nel 2020 si arriva a 46 nell’edizione 2025. Un dato a prima vista negativo, ma che, attraverso l’ascolto e l’osservazione, rivela un aumento della qualità, grazie al coinvolgimento di professionisti e di collaborazioni istituzionali.

Le produzioni pubblicate sulle piattaforme di hosting confermano una crescita costante, con una lieve stabilizzazione negli ultimi due anni (2023-2025). Sono emerse 157 serie podcast e otto partecipazioni di archivi a progetti di terzi, con una predominanza degli archivi dedicati alla memoria storica, seguiti dagli enti pubblici e d’impresa.

Ti aspettavi numeri così elevati?

No, non pensavo! L’indagine ha mostrato una vitalità molto più ampia di quanto immaginassi. È stato chiaro però il ruolo decisivo di Archivissima, un vero e proprio motore: probabilmente, senza un contesto nazionale che incentiva gli archivi a sperimentare con il podcast, non si sarebbero raggiunti questi numeri.

Ciò che più mi ha sorpreso, però, è stata la capacità di andare oltre i confini del Festival. Molte istituzioni avevano già lanciato produzioni in autonomia e il trend è continuato positivamente. Inoltre, nel tempo sono nati anche progetti indipendenti che raccontano la disciplina archivistica con un linguaggio più semplice ma sempre scientifico, segno di un tema ancora molto attivo.

Oltre ai numeri, altri aspetti degni di nota?

Il primo aspetto che mi viene in mente è la maturazione del podcast come strumento di Public History. Lo dimostrano casi come il già citato La Storia dei Carabinieri o anche Donne d’Europa. Le italiane e le prime elezioni del Parlamento Europeo dell’Archivio Storico UDI di Bologna. Accanto a questi, ci sono molte altre produzioni che raccontano la storia e la società in modo coinvolgente, contribuendo a sviluppare consapevolezza, anche tra le giovani generazioni.

Emergono in modo crescente anche le collaborazioni con professionisti del podcasting, tra case di produzione ed esperti nel campo autoriale o tecnico. Ciò ha permesso agli archivi di fare un salto di qualità grazie al medium.

In ultimo, qualche riflessione?

Lo studio sul campo mi ha fatto capire quanto il podcast possa diventare uno strumento importante per gli archivi, non solo per comunicare ma per creare un rapporto più diretto con il pubblico. Formazione, collaborazioni e finanziamenti aiutano molto, ma anche con mezzi limitati è possibile creare progetti efficaci.

Credo che il dato più interessante sia proprio questo: gli archivi, spesso percepiti come luoghi distanti e specialistici, attraverso l’audio riescono a trovare una dimensione più vicina e quotidiana. La ricerca mostra ancora l’esistenza di un ampio spazio di crescita, per sperimentare nuovi linguaggi narrativi e perché no, anche ibridi.

Fine del viaggio? No, è sempre l’inizio

Sono Francesca Bertolotto ed ero relatrice della tesi di Gaia Porcellini e ho seguito questa ricerca come un autentico viaggio di scoperta. Quello degli archivi è un tema di grande ribalta e il digitale concorre di certo a una relazione sempre più dinamica tra istituzioni e pubblico. Proprio in questo panorama, sono certa che il podcast avrà ancora molta voce da spendere e infinite storie affascinanti da raccontare.

Periodico telematico registrato presso il Tribunale di Roma n. 67/2025 del 26 giugno 2025

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