di Federica Sbrana
La “scuola nuova” e il modello di Freinet
Quando si pensa alla “scuola nuova” in grado di superare i limiti e l’inefficacia del puro trasmissivismo pedagogico e di intercettare i bisogni della Generazione Alpha e degli screenagers, il primo modello che corre alla mente è quello della didattica esperienziale e della classe-laboratorio: un approccio già assai caro, fra gli altri, a Célestin Freinet, il celebre educatore francese nato a Gars nel 1896, fautore di un metodo naturale in grado di riprodurre nella scuola i meccanismi e le dinamiche della vita reale. Assai probabilmente nell’École Freinet, da lui fondata con l’aiuto della moglie Élise nel 1935, strutturata senza classi, con diversi laboratori e con molto spazio all’aperto, influì la sua infanzia che lo vide, quinto di otto figli di una famiglia contadina, alternare il lavoro dei campi allo studio. Alla base della pedagogia freinetiana era la cooperazione, sia quella fra pari, sia quella con il docente, ma un altro obiettivo essenziale consisteva nell’attribuire al lavoro degli studenti la dignità di un “prodotto culturale autonomo”.
La tipografia scolastica e il valore della tecnologia
Colpisce ancora oggi l’intenzione di far entrare nelle scuole l’avanguardia tecnologica dei tempi, rendendo difficile resistere alla tentazione di immaginare Freinet, oggi, alle prese con un laboratorio didattico di podcasting. Il celebre maestro dell’attivismo francese inserì la tecnica tipografica nelle aule elementari perché la sua école moderne doveva e voleva aprirsi a orizzonti nuovi, dialogando con il mondo e utilizzando i suoi stessi codici comunicativi. Il giornale di classe fu uno dei simboli più importanti e noti del metodo Freinet perché la tecnologia diffusa nella società andava appresa, non subìta, compresa, non ignorata. La tipografia a scuola diventava dunque strumento di composizione e ricomposizione del pensiero, pezzo dopo pezzo, attraverso caratteri di piombo pronti a trasformarsi nelle tessere di innumerevoli mosaici di creatività. La punta più avanzata del progresso tecnologico doveva, in altri termini, acuire anche le menti degli studenti. Naturalmente non contava lo strumento in sé quanto piuttosto l’impostazione pedagogica sottesa al suo utilizzo.
Il podcasting come evoluzione della didattica laboratoriale
La tipografia scolastica ieri, che potrebbe riproporsi oggi nelle forme di un laboratorio didattico di podcasting, conteneva in sé un ricchissimo valore aggiunto perché impegnava contestualmente diverse abilità, competenze e dimensioni: dalla cognitiva alla creativa, dall’estetica all’etica. Il tutto entro una prospettiva “sociale” sia in quanto l’obiettivo era quello di dialogare con il mondo esterno, sia per il motivo che il “prodotto finale” richiedeva un lavoro cooperativo. E sono almeno due i più interessanti corollari di tale scelta pedagogica: “portare la tecnologia in classe” per farne esperienza significava – e significa – riprodurne il ciclo vitale, dalla nascita alla destinazione ultima, passando naturalmente per tutte le fasi del processo di realizzazione. E nel farlo, valutare sul campo ogni difficoltà, luci, ombre e limiti di quello strumento, ossia attivare ed educare nello studente un formidabile apparato di pensiero critico. Ma c’è di più.
Il dialogo tra scuola e società
Se è vero che la scuola rappresenta una dimensione straordinaria in cui le generazioni continuano ad incontrarsi e a parlarsi, spazi di condivisione in cui mettere a confronto esperienze, valori e visioni del mondo, è altrettanto vero che rimane indispensabile costruire ponti che facilitino il dialogo con il mondo esterno in un’autentica osmosi con la società. Ed era anche questa una delle insostituibili funzioni che Freinet attribuiva alla tecnica della tipografia scolastica e che oggi riguarda l’introduzione, nelle aule, delle tecnologie digitali e, nello specifico, del podcasting: la pubblicazione dei prodotti “lavorati” in classe, in quanto restituzione alla società di quanto realizzato a scuola rappresentava – e continua a rappresentare – la forma più efficace di un dialogo indispensabile fra il dentro e il fuori. La pagina stampata dell’École Freinet, come oggi il file audio di un podcast messo a disposizione in rete per un ascolto pubblico e “sociale”, costituiscono non solo veri e propri hub moltiplicatori di incontri e di scambio culturale, ma anche strumenti attraverso i quali la scuola si apre e si lascia conoscere senza filtri, facendo spazio al protagonismo dei suoi membri. È la postura a fare la differenza, come sempre avviene nella migliore didattica: gli studenti amano essere “tecnologicamente all’avanguardia” nel mondo fuori, ma se imparano ad esserlo anche in un’aula-laboratorio impegnandosi consapevolmente nella realizzazione di un prodotto collettivo che porti la loro firma, avranno realizzato il primo passo per incontrare dal vivo e a parità di mezzi la società e per cominciare a sentirsene parte a tutti gli effetti. La rivoluzione pedagogica può proseguire, perché qualcuno, ora, ha aperto la porta.
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