Categorie
Education

Remediation – Un nuovo lessico per comprendere il podcasting

Il podcasting continua la radio o è un’altra cosa? Dalla teoria della remediation di Bolter e Grusin, passando per la convergenza di Jenkins fino alla natura ibrida del podcast.

di Federica Sbrana

Radio e podcasting: continuità o alterità?

La questione può apparire laterale e filosofica, ma è invece centrale e pragmatica. Il quesito, di quelli epocali in relazione alle molte stagioni della storia della comunicazione, si pone sostanzialmente così: al di là delle opinioni e dei personali gusti mediatici, fra radio e podcasting intercorre una relazione di continuità o alterità? In altri termini, che cos’è il podcasting rispetto alla radio e viceversa? La domanda è essenzialmente legata ad una dimensione pratica ed operativa per un motivo assai evidente: chiunque voglia fare radio o fare podcasting deve avere a questo proposito le idee molto chiare.

È noto che la prima ipotesi, quella della “continuità mediatica”, ha il vantaggio di mitigare l’impeto sferzante del nuovo, in qualsiasi forma questo si presenti, valorizzando le radici comuni ed evitando che la dialettica fra tradizione e innovazione si trasformi in conflitto o, peggio ancora, in rottura totale. È un approccio sfidante e fecondo, sia perché si oppone coraggiosamente al feticismo modaiolo della “novità-idolo” preferendo l’approfondimento scientifico all’entusiasmo acritico, sia per il fatto che quasi sempre la prospettiva continuista deve affilare al massimo le sue armi teoretiche e dialettiche per evitare l’accusa di passatismo reazionario.

“Mediamorfosi” e remediation

Dar conto della “mediamorfosi” che connota, a ritmi compulsivi, la contemporaneità è comunque impresa ardua, a prescindere dalle prospettive analitiche. Ma il punto è un altro: soprattutto nel panorama mediale ciò che arriva dopo aiuta a definire l’identità di ciò che esisteva prima. Circostanza che alcuni anni fa Derrick de Kerckhove, allievo ed erede di Marshall McLuhan, esprimeva efficacemente in questo modo: «La forma vera della radio è stata rivelata dalla TV. La forma della TV è divenuta manifesta soltanto dopo l’invenzione del computer. La forma del computer è già possibile comprenderla meglio perché siamo entrati nel mondo delle Reti. La forma delle Reti, invece, non è ancora visibile perché non c’è nessun medium più avanzato delle Reti».

Come è noto, era stato proprio il grande Maestro di Edmonton, Marshall McLuhan, ad esprimere già trent’anni prima più o meno lo stesso concetto sostenendo che «il contenuto di un medium è sempre un altro medium». Ed è su questa scia che si colloca un più recente ed utilissimo paradigma interpretativo, ben noto agli addetti ai lavori, ottimo anche per riflettere sul tema di partenza, quello della dialettica radio-podcasting: la remediation di Jay David Bolter e Richard Grusin (1999). I new media – in base a questa teoria – rimodellano, riformano, rifanno, incorporano, integrano, migliorano gli old media.

E se il podcasting può essere considerato una rimediazione della radio, quest’ultima a sua volta – lo ricorda Tiziano Bonini, uno dei massimi esperti e studiosi di culture aurali – lo è stata con «il teatro, i giornali quotidiani e le sale da concerto, inventando i radiodrammi, i giornali radio e i deejay che trasmettono musica».

La convergenza e la partecipazione degli utenti

Ma c’è di più, perché nell’era della pervasività digitale la parola d’ordine è “convergenza” e a spiegarne il significato è uno dei suoi più noti esegeti, Henry Jenkins: «il flusso di contenuti attraverso molteplici piattaforme mediatiche, la cooperazione tra diverse industrie dei media e il comportamento migratorio del pubblico, disposto a spostarsi quasi ovunque alla ricerca delle esperienze di intrattenimento che desidera».

Che cosa vuol dire tutto questo? Che intanto, se sono gli utenti a cercare e a creare, la rimediazione ha già compiuto una rivoluzione. E anche il binomio radio-podcasting lo dimostra: volendo semplificare al massimo, questo significa che dall’era dei cosiddetti push media siamo giunti da tempo a quella dei pull media, dal broadcasting radiofonico al podcasting polifonico. Sono i consumatori a selezionare attivamente i contenuti o – addirittura – a realizzarli per costruire la propria personale “dieta mediatica”.

Sul piano generale, già questa evidenza consente di declinare il concetto stesso di innovazione nel senso di interazione. Non è poco dal punto di vista metodologico perché significa che ogni cambiamento – anche di portata epocale – si basa sulla corresponsabilità produttore-fruitore: la tecnologia chiama, ma qualcuno risponde, partecipando in questo modo alla sua evoluzione troppo spesso disegnata invece come un fatalistico processo top-down.

Il podcasting tra ibridazione e complessità: una realtà da studiare

Che cosa ha comportato dunque, concretamente, una “rimediazione partecipata” per il mondo del podcasting? «Esso – spiega Tiziano Bonini – attinge dalla letteratura (l’arte di scrivere uno script, o sceneggiatura, per un podcast è influenzata dalla letteratura alta, classica e popolare); dal teatro (l’arte di dare voce a un testo è radicata nelle abilità teatrali); dalle arti performative (l’arte di tradurre un podcast in un evento dal vivo o viceversa); dal giornalismo narrativo, specialmente dalla sua versione “radicale” incarnata dal cosiddetto New Journalism – un mélange di etnografia, reportage investigativo e non fiction emerso negli Stati Uniti durante gli anni Sessanta (Staub, 1997); dai media visivi (l’arte dell’editing del suono condivide molte delle logiche dell’editing dei media audiovisivi; ma anche la produzione di immagini e foto per il sito web del podcast o per suo profilo Instagram necessita di una buona cultura visiva); dal design (l’arte di progettare loghi, copertine e siti web dei podcast); dalla cultura partecipativa di Internet (l’arte di coinvolgere il pubblico attraverso meme online e social media), di cui i blog rappresentano una delle prime manifestazioni».

Ce n’è abbastanza per capire che se non è così facile definire l’identità del podcasting – e questo vale anche per altri media ibridi della contemporaneità – non dipende allora dalla debolezza strutturale o dalla distrazione dei media studies, quanto piuttosto dall’oggettivo tasso di mescidanza e convergenza mediale che lo connota. Il mondo – soprattutto quello digitale – sta diventando di una terribile complessità. Facciamocene una ragione e continuiamo a studiarlo. Senza però lasciarne l’onere e il privilegio alla sola Accademia.

Periodico telematico registrato presso il Tribunale di Roma n. 67/2025 del 26 giugno 2025

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *